L’uomo dalla cappa grigia

 

L’uomo dalla cappa grigia smontò dalla scomoda sella del roster. Il vecchio veicolo, mezzo scassato e rattoppato con materiali di scarto, fumava dal carburatore. L’uomo prese in mano la tanichetta attaccata al lato del macinino, agitandola per verificare il livello del carburante ancora contenuto. Non gli sarebbe bastata per tornare indietro.

Pazienza, probabilmente non ne avrebbe avuto bisogno.

Il roster aveva lasciato una lunga linea sul terreno sabbioso, che si estendeva sino a perdersi nell’orizzonte. L’uomo aveva percorso molta strada, addentrandosi nel Kalash’m’fo, il Deserto dal Gran Silenzio. I racconti delle tribù nomadi delle regioni meridionali narravano delle terribili disgrazie e sventure che calavano nella notte del Deserto. Ogni essere senziente con un briciolo d’i sanità mentale si teneva saggiamente alla larga di quelle fredde e solitarie lande. Nelle notti del Kalash non si udiva nemmeno l’ululato del vento.

Ed in questo innaturale silenzio, i racconti riportavano di grida che si alzavano nella vibrante aria. Inenarrabili squarci nella sacra veglia notturna, che si estendevano in abominio sino ai confini del deserto, dove alcune tribù erano solite accamparsi.

L’uomo dalla cappa grigia aveva incontrato molti Pten, i Sacerdoti della Linfa, i possessori delle saggezze perdute, brandelli di ere dimenticate nella memoria offuscata da neri terrori. Gli Pten erano gli ultimi conoscitori dei rituali Mo’Karen, lasciti di una generazione persa nelle pieghe del tempo. Ed era proprio durante i semi-orgiastici riti di invocazione della Ricca Raccolta, che l’uomo riuscì a cavare dalla bocca di uno degli estasiati e drogati sacerdoti la posizione del luogo in cui adesso si trovava.

Il Yurt Wghen, nell’oscura lingua Zer. La Fortezza delle Pietre Infrante, letteralmente.

In quell’infinita distesa di sabbia scura, trovare i ruderi innominabili non era stata di certo un’impresa semplice. Ed ora, dinanzi alle tanto temute ed agognate colonne diroccate, l’uomo dalla cappa grigia sentì una leggera nota di dubbio montargli l’animo. Nell’ora del giorno in cui il sole più alto aveva appena iniziato a calare, si riuscivano a distinguere nella vallata sabbiosa solamente un paio di strutture corrose dall’implacabile agire del tempo. Quattro colonne si ergevano in altezza per cinque o sei metri, dinanzi alle due strutture fatiscenti. Nessuna traccia del tempio, fulcro delle storie e leggende più sudice e vomitevoli, ne tantomeno della città che gli si estendeva attorno.

Alzato un lembo di stoffa che copriva il braccio sinistro, l’uomo digitò sul piccolo pannello elettronico che indossava al polso. Dei simboli di un acceso verde palude segnalarono l’avvenuta scansione della vallata e della deludente coppia di casupole di pietra. Sul visore metallico indossato dall’uomo, unico dettaglio del volto che era possibile scorgere tra le pieghe della cappa, venne segnalata un’apertura nel terreno un poco distante dalle due strutture.

L’uomo scese nella vallata sotto di lui, passando di fianco a quelle due dimore silenziose. Un brivido gli percorse la schiena quandò le sorpasso, accompagnato da un fulmineo giramento di testa. Si arrestò un istante, sondando dentro di sè quell’irrazionale sentore. Raggiunse il buco nella terra e vi ficcò dentro la testa nel tentativo di scorgere qualcosa nella pesta oscurità del ventre del Kalash. L’uomo riconobbe delle pareti di pietra, ai lati di quello che appariva come un corridoio sotterraneo. Probabilmente ciò che stava cercando si trovava sotto le vallate spoglie dell’infangato deserto.

Impostò un timer in accordo con l’ora attuale del giorno, quindi scivolò dentro l’apertura.

Fece un balzo di due o tre metri, cadendo su di un polveroso pavimento di levigata pietra. Il corridoio alle sue spalle era crollato. Di fronte, sembrava estendersi per alcuni metri, per poi addentrarsi ancor più nel profondo. L’ambiente era gravato da un pestilente buio, solo parzialmente rischiarato dalla luce che proveniva dalla fessura dalla quale era entrato.

L’uomo tastò il cinturone che portava stretto in vita e trasse fuori da una delle tasche un piccolo oggetto metallico, di forma romboidale. Lanciò in aria quella che in apparenza poteva apparire come una spilla. Il rombo si aprì, librandosi nel vuoto, ed inondò di una luce bianca ed intensa le superfici dimenticate di quella struttura ormai sotterranea. Con un movimento lento, ammirando gli splendidamente conservati ed indecifrabili bassorilievi delle pareti, l’uomo si mise in piedi. Avanzò adagio verso il piccolo e rudimentale arco che immetteva nel cuore infernale del Deserto, seguito da vicino dalla luce che si muoveva liberamente in aria.

Camminò e discese verso le viscere di quella struttura senza età per diversi minuti, cercando di arpionarsi il più saldamente possibile al terreno. Più avanzava, più il pavimento diventava ripido e liscio, con le pareti che si stringevano in una claustrofobica morsa. L’aria sembrava divenire sempre più rarefatta, ed un nauseabondo odore di umidità gli strinse la gola. L’intensità della torcia volante era diminuita, per non accecarlo in quello stretto cunicolo verso la dannazione. Ogni tanto, intagliate nella pietra delle pareti, delle figure grottesche e frutto di menti corrotte, lo osservavano ghignanti.

Improvvisamente, nel momento in cui quel passaggio appariva sempre più come una trappola senza fine, un enorme salone si spalancò dinanzi all’uomo con la cappa. Sollevò il lembo di stoffa del polso per assicurarsi di quanto tempo avesse già trascorso in quelle eretiche profondità. Con suo stupore, si accorse che il piccolo pannello elettronico aveva smesso di funzionare. Ticchettò con decisione sullo schermo, senza ottenere risultato.

L’uomo alzò lo sguardo per meglio identificare l’enorme stanza in cui era finito. Il rombo metallico vagava nella sala, rischiarando di luce artificiale le pareti, rimaste ad ammuffire senza ricordo per un periodo indefinibile. Bizzarre forme di pietra emergevano, ad intervalli regolari, fuori da ovuli nelle pareti. Quelle figure, chinate in disarticolate ed impossibili posizioni, incombevano beffarde sul suolo sottostante. Dei massicci candelabri metallici, incrostati e corrosi, pendevano pesantemente dall’alto ed umido soffitto. Accostati a fiancheggiare le pareti vi erano dei feticci di metallo, o idoli, rozzamente scolpiti ed erti a custodire l’immonda sacralità ed empietà di quella sala sommersa dalle sabbie.

Nel fondo del salone, lungo svariate decine di metri, si stagliava una gigantesca stele di un materiale che appariva simile ad una fusione tra metallo e pietra. La piccola torcia fluttuante si avvicinò ad illuminare le primitive e dimenticate incisioni, geroglifici di una cultura tanto remota quanto volutamente cancellata dalla memoria del cosmo. Una leggerissima patina azzurrina sembrava ricoprire la superficie di quell’oggetto ricco di conoscenze proibite. Davanti la stele, un blocco di pietra dall’incredibile candidezza doveva rappresentare un altare rituale. Delle nere fessure ne percorrevano il ripiano, a formare delle ignobili ed indicibili figure.

L’uomo percepiva che quello era il luogo giusto. Ciò che inizialmente lo aveva pervaso solamente come un brivido, ora faceva ribollire il suo sangue. Un richiamo montava nelle sue viscere, nelle profondità della sua mente. Un richiamo che lo aveva condotto direttamente lì, desideroso di essere udito ed assorbito.

La Utsa’r Meq gridava, la Purga dell’Oblio, che da millenni attendeva di essere ascoltata.

Lui, l’uomo dalla cappa grigia, l’aveva accolta. Un ghigno piegava il suo volto celato alla vista delle molte entità che improvvisamente si erano accalcate ad osservare.

Lui, l’uomo dalla cappa grigia, si avvicinò alla Qemph, la Chiave delle Trame. Sussurri lo avvolgevano, invitanti. Allungò un dito a sfiorarla.

Una eco investì il tempo.