Frammento di stasi

 

Era un pomeriggio molto umido, pervaso dal forte odore di erba bagnata. Aveva smesso di piovere da una buona mezz’ora, ma il cielo era ancora appannato. La terra era diventata una poltiglia melmosa, con rigagnoli d’acqua che scorrevano numerosi da una pozzanghera all’altra.

Nibel stava appoggiato con le braccia conserte ad una delle colonnine di legno che sostenevano il tetto spiovente della veranda. La vernice bianca era tutta scrostata e veniva via anche solo passandoci sopra un dito.

La campagna spoglia e non coltivata, con qualche albero sparso qua e là. Lampi in lontananza ricordavano ancora la violenta tempesta appena passata.

Il pickup rosso vermiglio, anch’esso con la vernice scrostata, era parcheggiato di fronte la casa da qualche giorno. Procurarsi il carburante era sempre più difficile e quel poco che era rimasto sarebbe dovuto servire per le emergenze.

Nibel guardò l’orologio. Erano le 17.43, probabilmente tra poco sarebbero stati lì.

Sospirò, distogliendo lo sguardo da quel panorama grigio, ed entrò in casa.

La piccola abitazione era piuttosto vecchia, risalente a parecchi decenni addietro. Quando lui e Loiss vi si stabilirono, qualche settimana prima, il forte odore di muffa prendeva subito al naso. Adesso appariva leggermente più accogliente, per quel minimo di vivibilità di cui necessitavano.

La cosa più importante, però, è che fosse lontana dalla città, dalle persone.

Le campagne erano state quasi tutte abbandonate, dopo il repentino avvento del lavoro automatizzato. Grandi macchine si occupavano della cura dei campi e dei raccolti.

Quella tenuta apparteneva ad un collega di Nibel, che lo aiutò, mettendo a rischio il suo stesso posto di lavoro ed altre possibili pesanti sanzioni.

“Loiss, dove sei? E’ quasi ora.”

Il piccolo generatore produceva luce solamente per un paio di stanze alla volta, lasciando la casa in una parziale penombra.

“Sono qui, in camera. Potresti portarmi un bicchiere d’acqua?” rispose Loiss, con voce tranquilla, ma appena udibile.

Nibel versò un po’ d’acqua in un bicchiere di plastica blu, una delle vettovaglie che erano riusciti a portarsi dietro, insieme a pochi altri oggetti personali.

La donna sedeva su una sedia mezza sgangherata, affiancata ad una parete. La carta da parati floreale della stanza era tremendamente sbiadita e strappata in più punti.

“Grazie, Nibel.” disse Loiss, afferrando il bicchiere e bevendo un sorso del contenuto.

“Loiss, hai capito ciò che ti ho detto? E’ quasi ora.” chiese l’uomo, cercando di cogliere una risposta nel volto scarno e pallido della moglie.

Un vagito, un leggero lamento di neonato, provenne dalla culla azzurro sgargiante dall’altra parte della camera.

“Sei sicuro che fosse proprio quello l’orario? Ed il giorno? Fammi ricontrollare.”

“Loiss…” cercò di iniziare Nibel, ma la donna già teneva aperto il palmo della mano sinistra, mentre con l’altra mandava giù un altro po’ d’acqua.

L’uomo tirò fuori da una delle tasche dei rovinati jeans un foglio plastificato e lo porse alla donna. Era arrivato quella stessa mattina, portato da uno degli uccelli meccanici del COP, Controllo Ordine Pubblico.

Se li avevano trovati, a quel punto era inutile fuggire. Erano riusciti a nascondersi dal grande Occhio nel cielo per abbastanza tempo da accarezzare l’idea che li avrebbero lasciati in pace. Evidentemente così non era.

Nibel si avvicinò alla culla. All’interno si contorceva un piccolo fagotto, avvolto in una calda copertina di pile. Teneva stretto tra le mani un cavallo di legno, dipinto di bianco.

I suoi occhi erano marrone scuro, proprio come quelli di NIbel. L’uomo passò una mano sulla nuca dell’infante, a sistemare il ciuffo di capelli ribelle.

Sentì una stretta al cuore quando rumori di passi provennero dal pianerottolo della veranda. Tre tocchi secchi percossero la porta dell’abitazione.

Loiss scattò in piedi, e rimase impalata sul posto, con il foglio stretto nel pugno serrato. Il bicchiere era caduto in terra, rovesciando l’acqua che era rimasta al suo interno.

Nibel guardò la propria compagna ed in quell’istante non la riconobbe, la percepì lontana. Anch’egli, per un attimo, si sentì trascinare via, in uno spazio ed in un tempo distanti da quella casa sperduta nelle campagne.

Altri tre tocchi scandirono il pomeriggio.

L’uomo tornò a calcare il pavimento mezzo marcio dell’abitazione, saldo in questa dimensione. Con passi lenti, calibrati, andò ad aprire la porta.

Non si udiva più nessun rumore provenire dal mondo circostante. Sembrava come se la tempesta si fosse portata via ogni altra cosa.

Nibel aprì la porta, che cigolò rumorosamente.

Un uomo sorridente, avvolto in un lungo pastrano marrone chiaro, si stagliava dalla parte opposta. Dietro di lui, altri due uomini, dai tratti neutri ed indecifrabili. Probabilmente androidi.

“Signor Keffer, sono Percil Canway, funzionario del COP. Posso entrare?” si introdusse l’uomo nella veranda, con fare cordiale e con una nota nella voce che appariva allegra e di buon umore.

Nibel lo osservò per qualche istante, con sguardo vitreo.

“Signor Keffer, non ha ricevuto il comunicato? Dovrebbe esserle arrivato stamani, esattamente alle ore 8.12.”

“Sì, lo abbiamo ricevuto.” confermò Nibel, con la gola secca.

“Oh, perfetto! Allora suppongo di poter entrare.” disse il funzionario, con una scintilla che gli attraversò gli occhi.

Nibel si fece da parte, lasciando che Canway ed i due uomini dietro di lui entrassero dentro l’abitazione.

L’uomo del COP osservò per un istante intorno a sè, quindi si diresse deciso verso la camera da letto, da dove proveniva la luce.

“Signora Keffer, buon pomeriggio! Io sono…” si presentò nuovamente il funzionario.

Nibel richiuse la porta e raggiunse gli altri nella camera.

Loiss era ancora in piedi dove Nibel l’aveva lasciata, con le nocche bianche da quanto stretti erano i pugni. Il volto era tirato e contratto, ma sembrava non recepire nulla dal mondo che la circondava.

Canway attese per qualche momento un cenno da parte della donna, che non arrivò.

“Vedo che regge in mano il nostro comunicato, signora. Quindi direi di procedere e non prolungare oltre la… faccenda. Non vorrei che questa sconveniente posizione vi turbi troppo a lungo.” disse il funzionario, quasi premurosamente.

“Cosa accadrà ora?” chiese rigidamente Nibel, strozzando quelle parole a causa della gola sempre più arida.

“Le formalità, signor Keffer. Sono fondamentali per l’equilibrio della nostra società. Se non le dispiace…”

Un piccolo drone, della grandezza del palmo della mano, svolazzò da una delle tasche di Canway e si posizionò all’altezza delle spalle del funzionario. Una lucina rossa si accese.

“Questa telecamera servirà a registrare e rendere l’atto ufficiale.” spiegò l’uomo del COP.

“Dunque, iniziamo!” Canway si schiarì la gola. “In accordo all’autorità conferitami dal Governo della Metropoli Occidentale, il qui presente Percil Canway, funzionario di secondo grado del COP, procede all’esamina del caso 0046TZ. Protocollo POK.”

Loiss stava sempre ritta ed immobile, mentre i due presunti androidi si erano posizionati silenziosamente ai lati della culla.

Canway continuò “Caso Keffer – Monroe. Violazione della direttiva 113 di ordine pubblico del 4/7/2064. Presenziano i due indagati Nibel Keffer e Loiss Monroe. Procedo all’applicazione del regolamento.”

Il funzionario aveva intrecciato le due mani dietro la schiena, sempre sorridente in volto.

Un lamento provenne dal lettino azzurro.

“Signor Keffer, coniuge della signora Monroe, dichiara di esser venuto meno all’adempimento della direttiva 113 di ordine pubblico del 4/7/2064 relativa al divieto di qualsiasi tentativo di procreazione naturale che non sia supervisionato dall’Alto Tutorato per le Nascite, violando quindi il regolamento in vigore dal 1/1/2065?”

Una singola lacrima scorse lungo la scarna guancia di Loiss.

Nibel si appoggiò allo stipite della porta della camera. Passò qualche secondo prima che l’uomo desse una risposta, con Canway che attese pazientemente.

“Sì.”

“Per cortesia, ripeta «sì, lo dichiaro».”

“Sì, lo dichiaro.”

“Molto bene. Il provvedimento per la violazione della direttiva 113 del regolamento prevede che il nascituro non registrato secondo la supervisione e l’accertamento da parte dell’Alto Tutorato per le Nascite venga prelevato da funzionari COP e sottratto alla custodia dei genitori biologici. Signor Keffer, dichiara di aver inteso i termini del provvedimento?”

Loiss scoppiò in un pianto che squarciò l’apparente quiete della stanza.

“No, no! Non potete!” urlò la donna, rimanendo ancora immobile sul posto.

Nibel ora sentiva secchi anche gli occhi. Non riusciva a versare lacrime.

“Sì, lo dichiaro.”

“Perfetto. Il sottoscritto Percil Canway, con l’ausilio dei due androidi di servizio 994F e 730F, procede all’attuazione del provvedimento.”

Uno dei due androidi, con un gesto rapido e preciso, raccolse il piccolo fagotto avvolto nella coperta dalla culla. Il bambino non emise alcun suono.

Loiss scattò verso il figlio, spintonando Canway, ma venne bloccata all’istante dall’altro androide.

La donna, immobilizzata dal robot, piangeva ed inveiva contro il funzionario del COP.

Nibel, ancora appoggiato allo stipite, osservava in silenzio quella scena. Si sentiva vuoto, nauseato, lontano.

“Nibel, digli che non possono farlo! Digli che non possono!” urlava Loiss, rossa in volto a causa del pianto.

Canway si ricompose e sistemò il pastrano. L’androide che portava il bambino era già uscito dalla stanza.

“Signori Keffer, da ora il vostro status di cittadini è revocato, così come tutti i vostri beni ed averi sono stati sequestrati dal dipartimento per il tesoro pubblico.” avvisò Canway, per nulla scomposto da quanto appena accaduto.

Intanto la piccola telecamera volante si richiuse e tornò nella tasca del funzionario.

“Dove lo porterete? Cosa farete di nostro figlio?” chiese Nibel, in un istante di lucidità.

“Secondo la direttiva interna del COP non mi è possibile discutere con dei cittadini (oh, beh, ex cittadini) delle decisioni prese all’interno degli istituti del governo. Buona continuazione della giornata, signori Keffer.” rispose Canway, uscendo a sua volta dalla stanza.

Poco dopo anche l’altro androide se ne andò, lasciando Loiss, che si accasciò in terra.

La luce della lampada che illuminava la camera sobbalzò un paio di volte, quindi si spense del tutto con un leggero schiocco.