Focus: Riddick, un antieroe sfumato

2000. Nel febbraio del primo anno del nuovo millennio fa la sua comparsa sui grandi schermi Riddick, misterioso criminale dal passato oscuro e nebuloso. Interpretato da Vin Diesel, a suo perfetto agio, l’antieroe dagli occhi bianchi diverrà presto un personaggio cult che finirà per perdersi in seguiti non all’altezza dell’originale.

Mai come negli ultimi tempi il cinema sembra star attraversando un singolare periodo di crisi. Nelle sale siamo tartassati da reboot, remake e sequel di film dei quali non si sentiva la mancanza (se non nostalgica) e tantomeno la necessità di rivedere sul grande schermo. Troppo spesso, ahimé, queste pellicole si rivelano involucri vuoti, prodotti confezionati ad hoc speranzosi di strappare un biglietto ai vecchi fan e magari acchiapparne qualcuno più giovane.

Questa tendenza svela una sostanziale mancanza di idee che pare sempre più affliggere il mondo cinematrografico.

Ovviamente non manca qualche eccezione in grado di reggersi dignitosamente sulle proprie gambe, ed il primo pensiero va al recente Trainspotting 2 (anche se in qualche modo legato a Porno, il romanzo di Irvine Welsh che segue le originali vicende del predecessore Trainspotting). Anche in un caso prestigioso come questo, con Danny Boyle dietro la macchina da presa, le critiche e le opinioni contrastanti non latitano.

L’attuale corrente che spinge a spremere un franchise fino all’orlo o riesumarne uno vecchio di vent’anni, oramai appare come un imperativo del Dio Denaro, che quando chiede, ottiene.

Questa apparente nuova era del cinema ha portato alla mente del sottoscritto una trilogia spalmata in tredici lunghi anni (e già qui la puzza si sente), con protagonista uno dei personaggi che sarebbe potuto rimanere carismatica icona di una tipologia di far cinema passato, che invece si è deciso di bistrattare fino ai limiti del grottesco.

Sto parlando di Riddick, uno dei personaggi meglio riusciti di un ormai piatto e monotematico Vin Diesel (Toretto, tu che ne pensi di quanto detto sopra?).

Non a caso sarà proprio con il primo capitolo della saga, Pitch Black, che l’attore statunitense conoscerà una sua affermazione nel mondo dell’industria cinematrografica.

Pitch Black debutta sugli schermi degli USA il 18 febbraio del 2000. Dietro la macchina da presa si trova David Twohy, regista legato quasi esclusivamente alla trilogia di Riddick e che fu anche sceneggiatore di Waterworld (1995).

 

Un budget discreto si pone a fondamenta di quello che diverrà ben presto un simbolo cult della fantascienza orrorifica.

Diciamolo subito: Pitch Black è il migliore film della trilogia (ogni tanto inganno me stesso dicendomi che è anche l’unico). Spesso viene considerato come un B-movie, per via delle sue risorse limitate, ma come tale rappresenta il massimo esponente della categoria ed in generale un prodotto che potrebbe tener testa a concorrenti di livello superiore.

Astronavi che si schiantano, mostri che strisciano in un buio opprimente ed un criminale galattico che in quel buio ci sguazza e trova il suo habitat naturale. La struttura narrativa è asciutta ed esile, ma proprio per questa ragione si rivela vincente. Un film così pensato non necessita di eccessivi pipponi sul background dei personaggi, che con la loro semplice presenza scenica permettono allo spettatore di fantasticare sull’universo che ruota attorno a quei protagonisti sperduti.

Il film catapulta direttamente dentro l’azione, la frenesia e la tensione di una terra ostile ed aspra. Questo porre la narrazione in una sorta di medias-res è accompagnato subito dal carisma silenzioso di cui è pregno Riddick, interpretato da un Vin Diesel mai più così ispirato.

Il suo furyano è credibile, vivido, si muove in una densa ambiguità che lo caratterizza anche senza la necessità di aprir bocca. Questo è Riddick: occhi chirurgicamente modificati per scrutare nelle tenebre e muscoli massicci a sostegno dell’anima animale che si cela dentro di lui.

Vin Diesel delinea alla perfezione quel confine sfumato che fa da contorno al personaggio da lui interpretato, e David Twohy fa centro colpendo dritto al cuore con la sua regia. Pitch Black potrà anche essere nato come progetto a basso costo, ma attraverso la sua pulizia e minuziosità per l’immagine, si riconosce come un più che degno esponente della fantascienza mista all’horror.

Il finale del film va bene così com’è. Lascia spazio a nuove storie? Sì, ma sono realmente necessarie?

La risposta ce la dà lo stesso Twohy, quando quattro anni dopo la prima pellicola esce nelle sale The Chronicles of Riddick.

Questo secondo capitolo rappresenta quell’approfondimento del background del personaggio che sì, può anche starci, ma che venendo tolto all’immaginazione del singolo e posto nero su bianco tende inevitabilmente ad assottigliare lo spessore di carisma e mistero di cui il primo Riddick si fregiava.

Il regista cambia totalmente formula, mettendo su schermo un contesto ed una narrazione diametralmente opposti a quelli del primo film. I toni scuri ed asfissianti di Pitch Black scompaiono quasi del tutto, lasciando il posto ad una rappresentazione tecnica in diversi tratti più matura, ma anche decisamente più action e che abbraccia benevolmente i classici topos della fantascienza.

Una razza aliena di super cattivoni, navi spaziali colossali, invasioni, sparatorie, genocidi; tutte cose alle quali siamo abituati (cinematograficamente parlando). Il vero problema è però un altro: se da un certo punto di vista The Chronicles of Riddick può risultare un film di fantascienza nel complesso godibile (senza avere molte pretese), potrebbe invece risultare piuttosto deludente agli occhi di chi lo considera come il successore e fratello maggiore dell’originale uscito nel 2000.

Il cambio di marcia deciso da Twhoy ha finito inevitabilmente per snaturare quella patina singolare che avvolgeva il personaggio di Riddick. Ribadiamo, su un livello narrativo può risultare leggitimo il voler approfondire e sviluppare una trama più complessa attorno alla figura del protagonista, ma il tutto inizia a stridere nel momento in cui lo stesso Riddick viene posto nella posizione di dover compiere scelte che taglino nettamente la sua personalità, segnando un’inversione di rotta rispetto a quanto mostrato in un primo momento.

In Pitch Black il criminale furyano si contraddistingueva per una indecifrabile dualità di fondo che lo rendeva a tratti viscido ed inafferrabile. Nel film del 2004 Riddick viene spostato verso estremi più definiti e stereotipati, che spazzano via quel grigio che gli calzava a pennello.

Al di là di ciò, The Chronicles of Riddick resta comunque una pellicola in grado di offrire un nuovo approccio al personaggio, anche se differente e probabilmente meno accattivante dell’originale.

Il vero dente marcio della trilogia arriva, però, dopo quasi una decina d’anni.

I primi due film della serie rappresentano i due lati della medaglia di un personaggio intrigante e complesso, come esposto poco sopra.

Il terzo capitolo, uscito nel 2013, rappresenta, invece, il tentativo di ridare slancio (economico) alla serie dopo quasi una decade, ed il più lampante esempio del “non necessario” di cui si accennava all’inizio di questo articolo.

Denominato con un semplice “Riddick“, nella speranza di richiamare alla mente dei fan la vera natura del personaggio, questo film risulta essere in realtà il colpo di grazia per quel Riddick che il titolo cerca proprio di resuscitare.

Dell’effettivo ritorno di Riddick sul grande schermo si era vociferato molto nel corso degli anni. Vin Diesel era troppo occupato a macinare danaro con la saga di Fast and Furious per potersi occupare di altri progetti, quindi un ritorno nei panni del guerriero furyano sembrava piuttosto complicato.

Col senno del poi, magari il caro Vin si fosse limitato a rimanere a bordo delle sue auto taroccatissime.

Riddick è feccia. Riddick è una accozzaglia di roba trafugata dal primo film e ficcata a vanvera in questo terzo capitolo, che però vanta effetti speciali più pompati. Riddick è l’esempio lampante di come un film non andrebbe fatto.

Già dal confronto tra le locandine di Pitch Black e di Riddick si può evincere il (disperato) tentativo di rievocare gli antichi fasti del passato.

 

Se la pellicola venisse presa singolarmente e decontestualizzata, forse, e dico forse, ad un estraneo alla serie potrebbe anche piacere.

Per chi ha seguito le gesta dell’antieroe dagli occhi bianchi sin dall’inizio non resta che piangere. Lacrime amarissime ed incazzatissime. Quando scrivo che Riddick prende a piene mani dal lontano Pitch Black, intendo nel modo più squallido e sbagliato che un sequel possa fare.

Il film non si limita al citazionismo, che potrebbe risultare già grottesco di suo se abusato quando viene utilizzato su sé stessi, ma mette in scena una rivisatazione meramente visiva della pellicola del 2000.

Riddick ripropone le stesse dinamiche, gli stessi ambienti, le stesse tipologie di antagonisti che hanno reso celebre e cult Pitch Black. Il modo in cui lo fa, in cui propone certi parallelismi nella speranza di chiudere un cerchio ormai mezzo partito per la tangente, rivela la complessiva pochezza rimasta in mammelle che vengono comunque spremute in virtù di speculazioni puramente economiche.

In questo quadro, orrorifico per i motivi sbagliati, il protagonista è ridotto a macchietta, pallida imitazione di sé stesso e pre-confezionato secondo canoni moderni che lo vedono necessariamente andarsi a collocare nella parte dello stereotipato cattivo che diviene buono.

Il Riddick oscuro, selvaggio, dalla natura animale e dalle pulsioni primitive è defunto oppresso da strati di banalità ed esigenze di mercato. Il contenuto ha quasi definitivamente perso valore, soprattutto rispetto al riscontro che semplicemente un nome può avere.

Come se non fosse abbastanza assistere allo scempio fatto della figura di Riddick, a rincarare la dose si aggiunge la notizia che probabilmente, di Riddick, ce ne sorbiremo ancora parecchio.

Nel 2014, infatti, lo stesso Vin Diesel annunciava, con un video sulla sua pagina Facebook, che la Universal (casa produttrice della saga) desiderava portare avanti il progetto sul furyano. Lo stesso Twhoy ammetteva che probabilmente per la conclusione del ciclo si sarebbero rivelati ideali ben altri due capitoli, di cui uno era previsto inizialmente per l’uscita nel 2017.

Ironico pensare che questa chimera ha avuto origine diciassette anni fa da un progetto per il quale era stato stanziato un budget limitato e sul quale le speranze erano modeste.

Quando la creatività viene foraggiata dal denaro, è probabilmente già morta. E la cosa triste è che di creatività sembra essercene rimasta davvero poca nel mondo del cinema.