Arrival, la scommessa di un regista

Recentemente uscito nelle nostre sale, Arrival è l’ultima fatica del regista canadese Denis Villeneuve. Con protagonista una meravigliosa Amy Adams, affiancata nella pellicola da Jeremy Renner, il film rivisita il topos fantascientifico del primo approccio ad una razza aliena. In attesa di Blade Runner, come si sarà comportato Villeneuve nello sperimentare quello che per lui è un nuovo genere?

 

Scheda del film

 

  • Arrival, data di rilascio: 19 gennaio 2017 (Italia)
  • Genere: Fantascienza
  • Regista: Denis Villeneuve
  • Cast: Amy Adams, Jeremy Renne, Forest Whitaker, Michael Stuhlbarg, Tzi Ma, Mark O’Brien
  • Sceneggiatori: Eric Heisserer
  • Fotografia: Bradford Young
  • Colonna sonora: Jóhann Jóhannsson
  • Durata: 116 min.

 

 

Arrival non è un film semplice. Arrival è un film che fa della complessità, narrativa ed interpretativa, il cuore pulsante della realtà nella quale va a porsi. Arrival è anche, ed a tratti soprattutto, un esperimento, una prova che si svincola dal canone classico dal quale attinge per sviluppare il suo tema di fondo, costruendo un’impalcatura solida che regge ottimamente il peso contenutistico che gli viene poggiato sopra.

Denis Villeneuve accetta la sfida e si cimenta in una produzione differente dalle altre da lui trattate sino a questo momento, Prisoners (2013) e Sicario (2015) sopra tutte. Con la macchina da presa tra le mani, il regista canadese crea una composizione precisa e misurata, delineata nella maggior parte dei suoi punti, con solo qualche debole macchiolina che non va ad incidere negativamente sull’armonia del quadro generale.

 

 

Arrival è un film che trascina lo spettatore all’interno della pellicola sin dalle prime scene, pregne di una silenziosa drammaticità che avvolge la dolorosa sofferenza della protagonista.

Louise Banks (Amy Adams) è una importante e brillante linguista. Vive la sua routine, insegnando la sua materia in un’università. L’apparente staticità di questi primi minuti viene però interrotta da un evento che sconquassa l’ordine delle cose e conduce, senza troppi fronzoli, al cuore pulsante della pellicola.

Il mondo, infatti, viene stravolto dall’arrivo sulla Terra di dodici oggetti non identificati, dodici navi spaziali di una razza aliena non meglio nota.

Inevitabilmente, l’ordinarietà e la quotidianità alle quali le prime scene ci avevano introdotto, vengono meno. Domande e dubbi si condensano nella mente delle persone, così come accade anche per la dottoressa Banks, che vive intensamente le prime ore del contatto.

Louise, non nuova a collaborazioni con il suo governo, viene contattata dal colonnello Weber (Forest Whitaker) per lavorare in un team di esperti che dovrà tentare di comunicare con le creature aliene e cercare di instaurare una forma di dialogo attraverso la quale comprendere le intenzioni alla base della inaspettata visita.

La narrazione è focalizzata su di una porzione dell’evento che si sta compiendo su scala globale (o cosmica), incentrata su uno dei dodici spaccati, in particolare quello dell’arrivo di una delle navi nello stato statunitense del Montana.

La dottoressa Banks si ritroverà, quindi, a lavorare a stretto gomito con lo scienziato Ian Donnelly (Jeremy Renner), che ricoprirà un ruolo secondario rispetto al personaggio della Adams, ma che rappresenterà comunque una figura fondamentale della pellicola, di indispensabile presenza ai fini delle trame nelle quali il film si intreccia.

Villeneuve concentra i suoi sforzi nel dipingere un quadro che immortala i primi concitati istanti di un ipotetico incontro con una natura differente dalla nostra. E’ il momento della conoscenza e dello studio, dove sono la scienza e la sua universale potenza comunicativa ad avere le redini del gioco.

Il regista riesce alla perfezione nel delineare quel clima di tensione ed incertezza che ritroveremo ad aleggiare per tutta la durata della pellicola. Da dove vengono? Perché sono qui? Quali sono le loro reali intenzioni?

Sulla difficoltà comunicativa, si instaura l’impalcatura di un contesto globale, per una volta, vivo e pulsante. Le tensioni geopolitiche vengono percepite in modo concreto ed in modo concreto influenzano l’azione dei singoli. Il film, come detto poco più sopra, si sofferma su di uno specifico elemento, ma non dimentica mai la globalità dell’evento al quale quell’elemento appartiene.

Villeneuve decide di portare nuovamente sul grande schermo il tema del contatto, trattato e servito in tutte le salse in decenni di storia della fantascienza.

La forza del lavoro del regista canadese sta nell’approccio con il quale questa tematica viene affrontata, facendo leva proprio sul fatto che quello che viene utilizzato è un background noto al grande pubblico.

Villeneuve sà che lo spettatore è saturo dell’alieno buono e di quello cattivo, per questa ragione condensa la narrazione in una tensione di mezzo, creando una dimensione unica nella quale andare a porre la natura della sua pellicola. Independence Day o Incontri ravvicinati del terzo tipo?

Fino alle ultimissime scene, vi è una costante ed affilata linea sulla quale i protagonisti si muovono e traggono le loro conclusioni, senza che possano comprendere in modo netto quali entità gli si parano davanti.

 

 

Nel frammento globale, noi siamo quasi perennemente assieme a Louise, un personaggio che trasmette tutta la sua complessità grazie all’ottima prestazione a cui è chiamata la Adams. Percepiamo sulla nostra pelle lo stupore e la gioia di una dottoressa cosciente di prender parte ad eventi che cambieranno per sempre la storia della sua specie.

Soprattutto, però, viviamo il perenne dolore che accompagna Louise, una costante presenza che soltanto procedendo nel corso della pellicola troverà una sua dimensione più chiara.

Villeneuve snocciola una narrazione che fino a metà pellicola risulta estremamente lineare e semplice da seguire, dove a farla da padrona è la viscerale curiosità per la tangibile ma al contempo impalpabile figura degli alieni, che lentamente viene svelata attraverso maestose immagini ed evocative inquadrature che strizzano l’occhio a produzioni come Interstellar ed a pietre miliari come 2001: Odissea nello spazio.

Giunti oltre metà film però il ritmo cambia, mettendo molta più carne al fuoco e rompendo quella linearità che contraddistingue il primo atto. Attraverso l’assunzione di nuove prospettive di narrazione e la compressione degli eventi, la produzione assume un’identità molto più complessa ed a tratti sfilacciata, rendendo in alcuni frangenti faticoso lo stare al passo con la comprensione di quanto avviene su schermo.

Lo spezzare e rendere meno uniforme lo svolgimento della trama è riflesso diretto della diversa dimensione che inizia ad avvolgere la protagonista, la cui percezione razionale ed intellettiva è messa a dura prova da sconvolgimenti emotivi che la isolano dal contesto che la circonda.

Una straordinaria regia ed un ottimo montaggio rendono alla perfezione queste scene di distacco, che confondono (volutamente) lo spettatore aiutandolo ad immedesimarsi nella figura pluri-dimensionale di Louise.

Il magistrale utilizzo della macchina da presa tiene ben focalizzata l’attenzione sul centro della narrazione, avvalendosi anche dell’aiuto dalle azzeccatissime (ancora una volta) note di Jóhann Jóhannsson, e riaddrizzando la produzione lì dove la sceneggiatura di Eric Heisserer rischia di perdersi in un tessuto troppo elaborato.

Arrivando agli ultimi serrati ed intensi minuti della produzione, Villeneuve richiede uno sforzo allo spettatore che vada oltre la semplice visione del film. Il regista mette a disposizione tutti i necessari strumenti interpretativi disseminandoli lungo il percorso e lasciando al singolo il compito di utilizzarli per giungere ad una piena accettazione dello scioglimento finale.

Il più gran merito del lavoro di Villeneuve è il saper imbrigliare sapientemente lo spettatore, offrendogli allo stesso tempo i mezzi necessari alla comprensione e soprattutto un nuovo orizzonte interpretativo all’approccio di una tematica classica della fantascienza.

La grandiosità del finale lascia, inevitabilmente, perplessi in un primo momento, non rivelandosi in modo immediato e facendo storcere la bocca a chi predilige pellicole più dirette e meno meta-fisiche. Però, dopo un po’ d’analisi, la coerenza logica di fondo emerge in modo sapiente e pulito.

 

 

Arrival è un film che richiede tempo per essere pienamente assorbito ed elaborato. E’ una pellicola che si sviluppa in sub-trame e sovra-trame, schiudendosi realmente solamente nel momento in cui lo spettatore è in grado di cogliere i molteplici semi che lungo il cammino gli sono stati offerti.

Villeneuve ha convinto, vincendo la scommessa che lo voleva fronteggiarsi con un nuovo genere. Una produzione ambiziosa, non perfetta in ogni suo tratto, ma per lo più brillante ed evocativa. In attesa di Blade Runner 2049, un ottimo biglietto da visita.

Infine, è doveroso ricordare che il film ha ottenuto molte nominations agli Oscar che si terranno il prossimo 26 febbraio a Los Angeles: miglior film, miglior regia a Denis Villeneuve, miglior sceneggiatura non originale a Eric Heisserer, miglior fotografia a Bradford Young, miglior scenografia a Patrice Vermette e Paul Hotte, miglior montaggio a Joe Walker, miglior sonoro a Joe Walker, miglior montaggio sonoro.